Luciano Bianciardi, Una vita difficile


Quando ero all’università feci una tesina su Luciano Bianciardi, e ricordo che al di fuori delle biblioteche l’unico libro ancora disponibile (si fa per dire: lo trovai per puro caso in una cartoleria) era un vecchissimo remainder Rizzoli della Vita Agra, la sua opera di successo. Adesso hanno ripubblicato praticamente tutto. Recentemente ISBN edizioni ha curato il primo volume delle sue opere complete: ci sono anche i diari giovanili e gli innumerevoli racconti che Bianciardi sparpagliò su una miriade di riviste (tranne quelle per bene della letteratura italiana). Per Bianciardi ho sempre avuto un debole, , non fosse altro che perché ha tradotto Tropico del Cancro. Non fosse altro perché è un ottimo esempio di cosa non fare se si ha un po’ di talento.
Ernesto Aloia
Il Luciano mi è tornato alla mente qualche giorno fa, quando ho rivisto Una vita difficile, uno dei più bei film interpretati da Alberto Sordi, naturalmente trascurato dalla televisione perché non abbastanza comico. La vita di Bianciardi non fu difficile, fu difficilissima, e non avrebbe potuto essere altrimenti. Era un guastafeste, un inopportuno, un autolesionista. Dopo gli esordi nel neorealismo, nell’Italia della letteratura “dal vero” e dei cineclub, lasciò Grosseto (e il figlio, e la moglie) per Milano, luogo di nascita della “grande iniziativa editoriale”, cioè della casa editrice Feltrinelli. Fu licenziato in tronco, ma l’editore bombarolo (sempre in anticipò sui tempi) lo reingaggiò subito come collaboratore esterno. Per anni sgobbò sui libri altrui traducendo per tredici lire la riga. Nel fine settimana lavorava ai libri suoi. Nel 1962 il suo romanzo La Vita Agra esplode: esce a ottobre, a dicembre è già alla quarta edizione e sono già stati ceduti i diritti per la traduzione inglese (It’s a hard life, New York, Viking, 1965, trad. di Eric Mosbacher). Nel 1964 ne faranno anche un film con Ugo Tognazzi. Bianciardi, però, nel ruolo dell’autore di successo non ci si ritrova. Lo perseguita l’idea che, avendo voluto scrivere un libro incazzato, non è riuscito a fare incazzare nessuno. Anzi, i salotti se lo contendono. Lui accetta tutti gli inviti e si massacra col whisky. Di quel periodo Giovanni Arpino scrive: “Odiava Milano, ma sono sicuro che gli piaceva essere invitato in quei posti tremendi, ubriacarsi e rompere le palle a tutti. Ci riusciva stupendamente. Credo di averlo conosciuto proprio in un postaccio così. Una delle poche cose alle quali era davvero sensibile era l’eleganza, perché lui si sentiva goffo, malvestito, convinto di rimanere sporco anche quando si lavava. Per questo i salotti lo incantavano.” Poi,a poco a poco, la girandola mondana si ferma. Gli inviti e gli amici si diradano. L’alcol rimane. Bianciardi all’indomani del successo fa proprio il contrario di quello che tutti si aspetterebbero da lui: si arrende, lascia, abbandona Milano e investe tutti i guadagni della Vita Agra in un appartamento a Rapallo. E il libro successivo, La battaglia soda, è un romanzo storico scritto in un italiano ottocentesco, quasi che l’autore avesse voluto scontentare quanti si attendevano da lui il proseguimento della linea che dalle sue prime opere narrative (Il lavoro culturale, L’integrazione) giungeva alla Vita Agra. Nell’estate del 1964 Bianciardi prende l’aereo per la prima (e unica) volta in vita sua per andare a New York a presenziare all’inaugurazione della libreria Rizzoli sulla Fifth Avenue. Scrive Domenico Porzio: “credo che quella sia stata l’ultima volta che l’ho visto felice.” Dopo, inizia il ritiro di Rapallo, incomprensibile anche agli amici più stretti (”Che cazzo ci faceva Luciano in un posto così?” si chiedeva Carlo Ripa di Meana). E la narrativa perde di qualità, il talento è presto stroncato dal bere e dalle ossessioni personali: il romanzo Aprire il fuoco, del 1968, mette in scena le Cinque giornate di Milano nel 1959 e rappresenta una brusca involuzione della scrittura di Bianciardi. A detta del suo editor di allora, Sergio Pautasso, “La trama era un po’ inconsistente e Bianciardi, che in genere consegnava libri già belli e finiti, ha dovuto riscrivere parecchi punti. Era molto stanco, deconcentrato. Beveva troppo.”
Il libro comunque, ha buone recensioni e buone vendite. Bianciardi parte per un giro di presentazioni e, quattordici anni dopo la sua fuga dalla provincia, rimette piede a Grosseto. Ormai non riesce più a scrivere. La depressione lo abbatte, l’alcol lo stravolge al punto che i committenti delle sue ultime traduzioni si lamentano apertamente. Ricorda ancora Porzio: “Mi chiamarono per farmi vedere una traduzione che aveva appena consegnato. Certe parti non corrispondevano per niente al testo inglese. Da una riga all’altra cominciavano pezzi deliranti, incubi.” Fatalmente, Bianciardi rimane solo. Maria, la sua compagna, è sopraffatta dalla furia di annientamento dell’alcolista e fugge. E’ il 23 ottobre 1971. Tre giorni dopo Bianciardi viene ritrovato in fin di vita nel suo appartamento di Rapallo. E’ in coma epatico. Muore il 14 novembre.
le citazioni da interviste, testimonianze etc. sono tratte da Pino Corrias, Vita agra di un anarchico: Luciano Bianciardi a Milano, Milano, Baldini e Castoldi, 1995

6 Responses

  1. Certo che differenza tra gli scrittori di successo contemporanei e una figura maledetta come quella di Bianciardi. Si lanciavano anima e corpo nella loro passione bruciante, e nella maggior parte dei casi ne rimanevano carbonizzati.
    Per noi poveri mortali, però, fortunatamente rimaneva sempre qualche tizzone ardente da stringere tra le mani per riscaldarci il cuore.
    Oggi, tutti noi, aspiranti scrittori e nomi affermati, ci teniamo stretti il nostro lavoro, che ci costringe a recitare ogni giorno e ad affrontare quintali di meschinità, e la sera a casa se riusciamo a riprodurre sul foglio il suono d’una pereta, beh, é già tanto.
    Nel peggiore dei casi, poi, siamo dei figli di papà che non hanno bisogno di lavorare, che non capiranno mai un cazzo della vita, e riescono solo a pubblicare grazie a qualche amico di famiglia.
    Onore a Bianciardi e a chi come lui ha sì bruciato il proprio talento, ma emettendo una fiamma così alta da rimanere incantati ad osservarla.

    Marco - Gennaio 16th, 2006 at 12:12 am
  2. permettimi di eccepire su quel “figli di papà che non hanno bisogno di lavorare”. personalmente, credo che i problemi di Bianciardi non fossero una questione di maledettismo ma derivassero dalla sua formazione cattolica. in un’Italia come quella degli anni ‘50, dove tanto per farti un esempio una celebrità come Fausto Coppi veniva ARRESTATO per adulterio, Bianciardi mollò una moglie e un figlio a Grosseto inseguendo l’obbiettivo di una “grande iniziativa editoriale” a Milano. ora, già il fatto di avere abbandonato la famiglia gli causava terribili sensi di colpa. quando poi tutte speranze di palingenesi culturale del dopoguerra sono crollate, a Bianciardi è rimasta solo la rabbia. odiava Milano e tutto quello che rappresentava ed era costretto a viverci perché lì c’erano le redazioni che davano lavoro ai traduttori come lui. odiava anche i milanesi. quando ha avuto successo non è stato felice, gli è sembrato di aver tradito qualcosa e qualcuno. e giù altri sensi di colpa. insomma secondo me è una storia tipica da Italia cattolica, anche se il Bianciardi adulto non era cattolico.

    Ernesto Aloia - Gennaio 17th, 2006 at 11:22 am
  3. Grazie per la precisazione! Rende ancora più drammatico un personaggio già così tragico e affascinante come Bianciardi.

    Marco - Gennaio 17th, 2006 at 11:43 am
  4. Curiosa coincidenza: a partire da questo intervento, QuasiRete pubblica alcuni scritti sportivi di Bianciardi.

    Cano - Marzo 29th, 2006 at 10:00 am
  5. Sono molto contenta di aver letto il libro di Bianciardi, autore che non conoscevo. Quest’anno in università è in programma proprio La vita agra. E così leggo un libro che non conoscevo e ne sono rimasta affascinata, anche se la lettura non è facile, ne è semplice capire certe simbologie soprattutto nei primi due capitoli , o forse tre. Ci vuole la spiegazione del professore o /e del critico per capire, per esempio chi è il moro. ma poi il racconto va spedito e non c’è più bisogno di spiegazioni: il libro è chiaro. Vi è dentro tanta disperazione e desiderio di distruzione ma soprattutto di autodistruzione. Il boom economico…crescita dei bisogni , dei consumi anche di cose che non sono necessarie. E’ un libro profetico. Infatti, oggi si è avverato quello che Bianciardi aveva scritto. Siamo sempre più soli con i nostri telefonini , la televisione inguardabile, la gente che cade per strada e nessuno l’aiuta. E’ un mondo triste, per i giovani e i meno giovani.

    giuliana - Dicembre 2nd, 2006 at 8:44 pm
  6. […] Bianciardi pare fosse famoso per gli incipit dei suoi libri, tutti piuttosto spiazzanti e, mi par di poter dire, molto moderni (forse addirittura troppo moderni per i lettori del suo tempo- da cui nasce probabilmente la sua relativa fortuna all’epoca). Mi pare memorabile l’apertura de La vita agra : Tutto sommato io darei ragione all’Adelung, perchè se partiamo sa un alto-tedesco Breite il passaggio a Braida è facile, e anche il resto: il dittongo che si contrae in una e apertissima, e poi la rotacizzazione della dentale intervocalica, che oggi grazie al cielo non è più un mistero per nessuno. […]

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